Cesare Lombroso ha trascorso la vita nelle carceri di Torino cercando di mappare il male con un calibro. Per lui, il crimine non era una scelta morale o sociale, ma una condanna biologica scritta nelle ossa. La sua teoria dell'atavismo sosteneva che il delinquente fosse un "fossile vivente", un individuo rimasto indietro nell'evoluzione, più vicino ai primati che all'uomo moderno.
La svolta avvenne nel novembre 1872 durante l'autopsia del brigante Vilella. Lombroso individuò una piccola anomalia alla base del cranio, la fossetta occipitale mediana, e la interpretò come la prova definitiva della "delinquenza congenita". Da qui nacque l'antropologia criminale, una disciplina che varcò i confini italiani influenzando pesantemente il Nord America. Negli Stati Uniti, le sue tesi vennero radicalizzate per giustificare leggi sulla sterilizzazione forzata ed eugenetica, modelli a cui avrebbe poi attinto persino il regime nazista.
Il paradosso finale di Lombroso riguarda i suoi ultimi anni: l'uomo che voleva ridurre l'anima a dati misurabili finì per dedicarsi allo spiritismo, cercando di catturare l'invisibile attraverso le sedute della medium Eusapia Palladino.
Come ultimo atto di fede nella sua scienza, donò il proprio corpo alla ricerca. Oggi, la testa di Cesare Lombroso è conservata in un barattolo di formalina al Museo di Antropologia Criminale di Torino. Il teorico del "male biologico" è diventato, per sua stessa volontà, l'ultimo reperto catalogato della propria collezione.